Pace

2010: odissea al Cairo

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Palestina Continuano i soprusi sui pacifisti. I governi occidentali immobili di fronte alla violenza delle forze di Moubarak La polizia ferma i volontari della marcia umanitaria. Pullman sequestrati, attivisti espulsi, beni di prima necessità che marciscono in attesa di entrare nel territorio martoriato dalla guerra e dall’embargo. E la Farnesina tace

Loro il veglione lo faranno così: in trappola.
Bloccati con gli zaini su un marciapiede da 2.000 poliziotti egiziani in tenuta antisommossa, stretti con le spalle contro il muro dell’ambasciata francese. Che rimane chiusa. «Oggi però va meglio. Almeno la polizia lascia uscire le donne per andare in bagno, anche se la procedura è lunga.
Io torno adesso dalle mie due ore di coda. Per due giorni non potevamo neanche muoverci, tantomeno procurarci del cibo», racconta un’attivista francese sulla sessantina.

Come lei ce ne sono altri duetrecento, bloccati per il terzo giorno consecutivo di fronte alla loro ambasciata per chiedere libertà di movimento. «Stavamo andando a El Arish, per partecipare alla marcia di capodanno che da Rafah sarebbe entrata a Gaza per chiedere la fine del blocco israeliano», spiega un’altra attivista. Ad aspettarli, al confine, invece, hanno trovato il blocco egiziano.
«Hanno requisito i nostri pullman, come hanno fatto con quelli di tutti i 1.400 attivisti venuti da tutto il mondo per la marcia. Poi ci hanno preso i passaporti e adesso eccoci qui. Ma non ce ne andiamo. Vergogna al governo francese e a tutti i governi che coprono l’Egitto e che restano in silenzio di fronte all’assedio contro i palestinesi di Gaza».

La protesta francese è ormai diventata il punto di ritrovo per gli attivisti europei, di fatto quasi del tutto scoordinati dall’organizzazione centrale statunitense. Tutti ugualmente spaesati.
La Gaza Freedom March non si aspettava di dover fare i conti con migliaia di poliziotti, interrogatori e persino deportazioni per impedire agli attivisti anche semplicemente di spostarsi dal proprio albergo. E invece il regime egiziano è riuscito a bloccare completamente nel giro di due giorni tutti gli stranieri venuti da Occidente.

Fermati anche gli italiani: un gruppo all’aeroporto, l’altro alle piramidi di Giza. Soltanto Viva Palestina sembra riuscire a muoversi. Lo ha raccontato ieri Cedric, cittadino svizzero spuntato all’improvviso ieri a mezzanotte in uno dei tanti ostelli zeppi di manifestanti stranieri, uno dei pochi sfuggiti alla morsa della polizia. «Vengo da Aqaba, sono del convoglio», ha raccontato. In effetti il convoglio Viva Palestina, dopo cinque giorni di sosta forzata nel deserto giordano, ha finalmente ricevuto il permesso di entrare in Egitto. Ma non potrà attraversare il Mar Rosso: deve tornare indietro fino a Latakia, in Siria, e cercarsi un traghetto per Arish, al confine con Gaza.
«Ho sempre creduto che ce l’avremmo fatta. E invece dopo tre settimane eccomi rispedito indietro».
Duecento camion partiti dall’Inghilterra, quasi 100 tonnellate di farmaci e materiale medico, più interi container pieni di coperte, peluche, materiale scolastico.

Il convoglio Viva Palestina guidato dal parlamentare britannico George Galloway era partito il 6 dicembre attraversando Francia, Belgio, Germania, Austria, Italia e Grecia. Un’impresa. «All’inizio non ci siamo fermati quasi mai», racconta Cedric. «I camion erano talmente pieni che non ci potevi dormire. Soltanto chi guidava le ambulanze aveva spazio, le quindici ambulanze che portavamo in dono all’ospedale di Gaza. In Grecia la polizia ci ha scortato a sirene spiegate. Quando siamo arrivati in Turchia è stato incredibile: al confine ci aspettavano a centinaia. Poi però, passato il deserto, ci siamo fermati ad Aqaba. Il sole rovinava le derrate e faceva salire la tensione, ma pensavamo fosse questione di un giorno e poi ci saremmo imbarcati per l’Egitto. Che ingenui che siamo stati: siamo rimasti là per cinque giorni a guardare gli aiuti marcire sotto il sole. Saremmo rimasti là per sempre se non fosse intervenuto Erdogan, il premier turco. Ha chiamato i vari capi di Stato e ci ha noleggiato le barche. Io ho dovuto lasciare il convoglio, ma loro arriveranno a El Arish fra 5 giorni e spero che questi 200 camion non restino fuori dalla Striscia. Quanto a me, prima o poi andrò a Gaza. Non so ancora quando, ma ce la farò”.

Annalena Di Giovanni (dal Cairo) Terra