Pace

Iran: il profumo della rivoluzione

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Piove davanti all’ambasciata iraniana a Roma, le forze di polizia sorvegliano il presidio e le telecamere registrano ogni mossa.
L’eco delle proteste è giunto in Italia, rifugio di tanti esuli iraniani, e la dissidenza residente nel Paese, giovani, meno giovani e anziani, fa la sua parte canalizzando la propria rabbia negli slogan gridati a squarcia gola davanti alla sede della missione diplomatica, simbolo di un potere dispotico e sanguinario.
«Quanto sta succedendo in questi giorni è la riprova che l’integralismo in Iran ha fallito».

Non ha dubbi Sima (nome di fantasia), una giovane donna iraniana che ha preso parte alla mobilitazione. Chiede di rimanere anonima, teme ritorsioni. «La situazione nel mio Paese è grave - dice -, mia madre teme per quello che potrebbe succedere e so che dall’interno dell’ambasciata mi hanno già fotografata ».
Sono ormai molti anni che Sima vive in Italia: «Ero venuta qui per studiare - racconta -, poi purtroppo non sono più potuta tornare indietro. Da anni non mi viene concessa la possibilità di tornare nel mio Paese. Simpatizzare per la resistenza non è cosa gradita al regime».

Sul volto di Sima si legge la forza della speranza. «Sono convinta che la protesta di questi giorni condurrà ad un punto di svolta. I tempi sono maturi. Non servono le bombe americane, saranno gli iraniani che per anni hanno vissuto l’integralismo a sconfiggerlo. E magari potrò tornare finalmente nel mio Paese. Quando facevo parte della resistenza, vent’anni fa - ricorda - eravamo in pochi. Ora il seme dell’anti-integralismo è dentro tante persone, e forse oggi sta sbocciando il fiore ».
Sima sa cosa significa vivere sotto il regime integralista, racconta di tanti suoi amici e compagni di scuola, fucilati: «Hanno cercato di sterminarci. Sono andati casa per casa, per ucciderci uno dopo l’altro. Il pensiero che l’islam potesse essere interpretato diversamente li tormentava, e cosi, con il genocidio hanno pensato di risolvere il problema, ma non sono riusciti a farlo e dopo trent’anni, la resistenza è tornata, più numerosa e agguerrita di prima. Sono orgogliosa di come la gente del mio Paese sta reagendo».

Il popolo iraniano, stavolta, non sembra disposto a fare passi indietro, e il sangue versato nelle strade di Theran ne è la prova, un «ruolo rilevante» spetta però anche alla Comunità internazionale.

Secondo Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, giunto al presidio per dare sostegno alla resistenza, «è necessario convocare il Consiglio di sicurezza dell’Onu e isolare un Paese che reprime nel sangue il dissenso. I diritti umani violati non possono essere merce di scambio per accordi commerciali».
Piove ancora davanti all’ambasciata iraniana, dal cielo continuano a cadere le gocce invisibili. «Ho partecipato anche alla prima rivoluzione, quella contro lo Sha - sorride Sima - e oggi mi sembra di sentire lo stesso profumo di allora».

Rossella Antinori da Terra